Nothing
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I capi della linea Leader permettono al ciclista di esprimere la massima performance nelle diverse condizioni atmosferiche anche in presenza di repentini cambi climatici grazie a tessuti come Alka Termostrato e Alka ZeroWind.
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Struttura monostrato

Massima traspirabilità anche durante gli sforzi

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Alta densità della struttura

Antivento e antiacqua che protegge e mantiene il calore

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Idrorepellenza

Ottimizza la fuoriuscita del vapore mentre protegge da pioggia, vento e neve

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Super elasticità e Slimfit

Il tessuto altamente resistente ed aderente al corpo

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Utilizzo di tessuti tecnici specifici che permettono di avere un taglio al vivo ed elasticità per dare comfort e aderenza al corpo.

Collo pulito da cuciture

La Tecnologia Tai-Tech comprende una lavorazione particolare per evitare che cuciture interne al colletto sfreghino con la pelle.

Parazip

Fa sempre parte della tecnologia Tai-Tech, protegge la pelle dal contatto diretto con la zip.

Fondo maglia

Inserto elasticizzato personalizzabile e specifico per permettere di avere un taglio al vivo aderente al corpo.
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Linee ergonomiche, tessuti di ultima generazione rendono questa linea unica nel suo genere.

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altamente performante, realizzato con tessuti che garantiscono una grandissima traspirabilità

Comodità

Vestibilità è comoda, per affrontare in comodità anche i tour più impegnativi in Mountain Bike

Caratteristiche Tecniche

Realizzata con materiali leggeri,  studiato per proteggerti dal vento

Run, run, away

Abbigliamento high-tech totalmente personalizzato per il running e Triathlon.
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La nostra mission è la tua soddisfazione. E’ per questo che siamo fieri di inserire sul nostro sito i progetti che abbiamo realizzato. In questo modo vogliamo condividere con te i tanti casi di successo che ci hanno accompagnato in questi anni. Entra anche tu nei nostri team e scopri tutti i vantaggi di vestire abbigliamento firmato Alka.

Dal nostro blog

Approfondimenti e notizie dal mondo Alka

Le quattro Granfondo più dure d’Italia

Le quattro Granfondo più dure d’Italia

Ogni anno si rinnova l’appuntamento con le grandi gare sulla lunga distanza , che permettono agli appassionati di ciclismo di mettere alla prova al massimo grado le loro capacità, il loro allenamento e il loro agonismo.

Ma una gara sulla lunga distanza è prima di tutto una gara contro sé stessi , deve essere feroce , senza pietà, portare il corridore oltre i propri limiti, verso una soddisfazione senza paragoni.

Andiamo allora a scoprire le quattro belve più spietate d’Italia. Quattro gare che sono riservate soltanto ai ciclisti più preparati , che non hanno paura di guardarle negli occhi, in tutta la loro imponenza, fin dal primo chilometro.

 

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1 – Sportful Dolomiti Race (Feltre BL)

 

Senza dubbio la regina delle granfondo italiane per quanto riguarda la difficoltà, un lungo di 204 km con un dislivello di ben 4.900 m . Questi numeri ne fanno una delle Granfondo più difficili d’Europa, alla quale sono paragonabili solo la francese Marmotte e la Ötztaler di Sölden in Austria.

La sportful è invece italianissima, e porta migliaia di appassionati in luoghi normalmente poco frequentati dal turismo. Si parte da Feltre , piccola ma suggestiva cittadina poco distante da Belluno.

La gara è tosta e pensata per chi affronta il ciclismo come una sfida. Tra le tante salite lunghe e impegnative il culmine è senza dubbio rappresentato dal passo Manghen , una salita di 22 km con una pendenza media del 7,3% e una pendenza massima del 15% . Va poi segnalato anche un grande classico del ciclismo come il passo Rolle.

2 – La Campionissimo (Aprica)

Il nome ufficiale della gara è Granfondo internazionale Gavia e Mortirolo . Questi passi storici sono infatti il piatto forte di un tracciato che presenta 170 km di lunghezza per 4.200 m di dislivello.

Per anni è stata conosciuta come la gara Pantani , infatti è proprio sul Mortirolo, dove il campione italiano mise in scena una delle sue prime grandi imprese al Giro d’Italia, che la gara trova la sua massima difficoltà: 12 km con una pendenza media del 10% e una pendenza massime quasi al 20% che si affrontano con il con il Gavia che si fa già sentire nelle gambe. Anche questo è un tracciato che non si può improvvisare.

Bisogna essere accuratamente preparati per sostenere uno sforzo di questa portata senza rischiare pericolosi fuori giri. La soddisfazione tuttavia è proporzionale alla fatica e il fascino della gara è aumentato dalla suggestione delle grandi salite storiche.

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Maratona dles Dolomites (La Villa BZ)

 

Forse la Granfondo più celebre e patinata d’Italia, ma non per questo meno impegnativa. La gara che parte da La Villa presso Bolzano infatti, sebbene più corta di quelle che abbiamo trattato fino ad ora, affronta un dislivello di ben 4230 m.

Se si considerano i suoi 138 km di lunghezza si nota che per rapporto tra distanza percorsa e dislivello superato è una delle più dure d’Eeuropa . E infatti non si lesina sulle grandi salite, si affrontano passi leggendari come il Sella , il Pordoi e il Giau .

Spesso il grande caldo accompagna la corsa, è importante attrezzarsi con un abbigliamento leggero e molto traspirante ed idratarsi bene e con continuità.

Nonostante la fatica, sul percorso, è impossibile non farsi conquistare dagli splendidi paesaggi regalati dalle Dolomiti in queste zone.

4 – Stelvio Santini (Bormio)

Giunta alla sua settima edizione, la Granfondo Stelvio Santini è meno conosciuta rispetto a quelle già citate, ma ha fatto fin da subito parlare di sé. Gran parte del suo fascino è dovuto all’arrivo , posto in vetta ad una delle cime più importanti del ciclismo Italiano: lo Stelvio.

Salendo quelle rampe è impossibile non immedesimarsi in un autentico mito dello sport italiano, l’airone Fausto Coppi, che qui costruì la sua leggenda.

La gara tuttavia è complessivamente molto dura e prevede anche la scalata del Mortirolo. Con i suoi 151,3 km di lunghezza e i suoi 4058 m di dislivello la Stelvio si candida a buon diritto tra le Granfondo più dure d’Italia.

L’arrivo è asfissiante, con un’ascesa che sembra davvero non finire mai. Per affrontare questa corsa è necessaria una preparazione meticolosa come quella necessaria per le gare più impegnative d’Europa.

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I passi storici del giro d'italia

I passi storici del giro d’Italia

I passi storici del giro d’Italia: i tracciati più impervi, le imprese indimenticabili

Quest’anno il Giro d’Italia, che prende il via dall’inedita e discussa tappa di Gerusalemme, percorrerà il punto di massima altitudine nella diciannovesima frazione, sul Colle delle finestre, che è quindi indicato come Cima Coppi di questa edizione. Si tratta di una salita lunga e difficilissima, situata tra la Val di Susa e la Val Chisone, che ha già deciso un giro d’Italia nel 2005, con il vincitore Paolo Savoldelli che riuscì con tenacia ed intelligenza a difendere la maglia rosa dagli attacchi di avversari più adatti alle grandi pendenze.

Questa salita è relativamente giovane per il Giro, è stata percorsa in tre occasioni a partire dal 2000, ma le grandi salite fanno da sempre la storia della corsa rosa. Gli storici valichi alpini sono entrati da decenni nell’immaginario degli appassionati di sport. Passi come lo Stelvio, il Gavia e il Pordoi sono stati teatro delle imprese dei grandi campioni e hanno da sempre suscitato l’interesse di tanti appassionati pronti ad emularli.

I passi del Giro infatti non sono soltanto cornici spettacolari per le imprese dei professionisti ma anche tracciati accessibili a tutti gli appassionati che si possono mettere alla prova sulle orme dei loro beniamini.

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L’esordio delle Dolomiti

I grandi passi dolomitici cominciano ad essere decisivi già sul finire degli anni 30, mentre negli anni 40 diventano il palcoscenico privilegiato per le celebri battaglie tra Bartali e Coppi. Nel 1937 si ha la prima vera e propria tappa Dolomitica, Bartali costruisce la vittoria del giro sul passo Rolle e sul Costalunga. Dieci anni dopo, nel 1947, sarà Coppi sulle stesse montagne, sul Falzarego e sul Pordoi, a sfilargli la maglia rosa con una grande impresa nell’ultima tappa L’Airone, che aveva già vinto giovanissimo il Giro nel 1940 partendo da gregario di Bartali, trova qui la sua consacrazione riuscendo a sopravanzare il grande avversario e a recuperare il ritardo accusato nella tappa precedente per una crisi sul passo Mauria.

Lo Stelvio

Nel 1953 fa il suo ingresso nella corsa rosa la vetta regina, il passo dello Stelvio, che con i suoi 2758 m di altezza è cima Coppi in tutte le edizioni in cui è presente nella corsa. Proprio in questa occasione il campionissimo fu protagonista di una delle sue ultime imprese, che gli permise di ottenere il suo quinto e ultimo giro d’Italia. Anche in questo caso la vittoria del giro sembrava ormai destinata all’avversario, lo svizzero Hugo Koblet, che aveva resistito a tutti gli attacchi del corridore Italiano nelle tappe precedenti. Restava a disposizione soltanto la penultima frazione di soli 125 km, ma il vigore dell’attacco di Coppi sulle inedite rampe dello Stelvio costrinse Koblet alla crisi. Lo Svizzero per tentare di recuperare cadde per due volte in discesa lasciando la vittoria a Coppi e abbandonando definitivamente la maglia del primato.

Nel 1975 lo Stelvio è stato anche inedito punto di arrivo finale del Giro, e ha fatto da scenario ad un avvincente testa a testa tra il leader della corsa Fausto Bertoglio e lo spagnolo Francisco Galdós che lo seguiva in classifica a soli 40 secondi. Galdós riuscì a precedere l’avversario all’arrivo ma non abbastanza da strappargli la maglia rosa.

Situato nelle Alpi Retiche, lo Stelvio congiunge la Lombardia e il Trentino, toccando anche la Svizzera, nella zona del gruppo Ortles-Cevedale. Si tratta di una lunga salita Alpina che raggiunge una notevole altitudine e che copre un grande dislivello. Le pendenze sono di media difficoltà su tutti e tre i versanti. Il Giro ha affrontato un maggior numero di volte il versante Altoatesino, a partire da Prato allo Stelvio, che è anche il più difficile. Qui la salita, che nel tratto centrale presenta 48 tornanti, è lunga 26 km, con una pendenza media del 7,7% e una pendenza massima dell’ dell’11%, per un dislivello complessivo che supera i 1800 m. Più corta e con pendenze leggermente inferiori la salita sul versante Lombardo anch’essa scelta ripetutamente dagli organizzatori. Solo nel 2017 invece la corsa rosa è passata dal versante svizzero, con la vittoria dello spagnolo Mikel Landa.

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Il Gavia

Il passo Gavia, che collega la val Camonica e la Valtellina, è uno dei grandi passi su cui è stata costruita la storia recente del giro. Coi suoi 2618 m di altezza è uno dei valichi alpini più alti d’Europa. La  lunghezza, le pendenze medio alte e l’importante dislivello ne fanno un tracciato molto spettacolare fin dalla sua prima apparizione nel Giro d’italia nel 1960. Il versante Bresciano presenta una salita più difficile rispetto a quello Valtellinese. Partendo da Ponte di Legno  si sale per circa 18 km, la pendenza media è del 7,9%, quella massima arriva al 12% per un dislivello di circa 1380 m.

Spesso condizioni atmosferiche proibitive hanno reso impossibile affrontare la salita, altre volte invece l’hanno resa epica ed indimenticabile. È il caso della quattordicesima tappa, Chiesa in Valmalenco-Bormio, del Giro del 1988, quando si tornò sul Gavia per la seconda volta. Una tempesta di neve e temperature rigidissime resero la gara una vera e propria corsa ad eliminazione. L’olandese Van der Velde in fuga, coperto solo dalla propria maglia ciclamino, dovette fermarsi sul tracciato per non rischiare l’assideramento. Lo statunitense Hampsten costruì qui la vittoria finale del Giro riuscendo a tenere la ruota del vincitore di tappa Breukink fino quasi all’arrivo. Il vantaggio accumulato sulla maglia rosa di Franco Chioccioli fu infatti di quasi 5 minuti, ma il corridore americano sfinito dovette essere portato sul podio di peso, praticamente incapace di reggersi in piedi.

Il Mortirolo

Con i suoi 1852 metri di altezza, una pendenza media sopra il 10%,  pendenze massime che arrivano al 18% e un dislivello di circa 1.300 m su 12,5 km di lunghezza, quella verso il   Mortirolo, dal versante Valtellinese, è considerata da molti la salita più dura d’Europa.

Questa stretta strada di montagna, che si inerpica tra le province di Sondrio e di Brescia è stata inserita nel percorso del Giro d’Italia a partire dal 1990. La corsa vi è poi transitata numerose volte ma l’impresa più celebre resta quella che vide, nel 1994, balzare agli occhi del grande pubblico le doti di scalatore di un Giovane Marco Pantani. Il corridore, che vestiva ancora la divisa bianca e blu della Carrera, avendo già vinto la tappa della giornata precedente si prese definitivamente la scena proprio sul Mortirolo lasciandosi dietro tutti gli avversari tra i quali il campione spagnolo Miguel Indurain.

La vittoria finale della tappa non fu sufficiente ad ipotecare il primato sul giro, vinto dal russo Berzin. Questa prima eclatante azione su un palco così prestigioso tuttavia mise in luce il talento del Campione romagnolo che avrebbe infiammato le salite del Giro e del Tour negli anni successivi, riuscendo a portare a termine la prestigiosa accoppiata di trofei nel 1998.

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La cima del monte Zoncolan

La cima più impegnativa del giro 2018 è quella del monte Zoncolan. Questa non si può ancora definire una cima storica ma ha tutte i requisiti per diventarlo. Dal versante Ovest, dopo l’abitato di Ovaro, la strada sale per 1.210 metri di dislivello in soli 10,5 km di lunghezza, con una pendenza media pari all’11,6% e con punte oltre il 20%. Queste caratteristiche permettono alla salita verso lo Zoncolan di contendersi a pieno diritto con il Mortirolo e l’Angliru il titolo di cima più difficile d’europa.

Il “Kaiser”, così soprannominato per la sua imponenza e difficoltà, è stato inserito nel programma del Giro a partire dal 2003 ed ha da subito creato notevole selezione. A vincere è stato Gigi simoni che ha così consolidato il suo vantaggio di classifica e ha vinto la Corsa Rosa di quell’anno. L’atleta Trentino ha vinto la tappa dello Zoncolan anche nel 2007 quando si effettuava per la prima volta la scalata dal versante di Ovaro.

Anche in questa edizione la cima dello Zoncolan promette di portare allo stremo i concorrenti e assicurare un  grande spettacolo per tutti gli appassionati.

Divise per il Triathlon: il giusto abbigliamento per i diversi i tipi di competizione

Anche in Italia la passione per il triathlon è in continua ascesa. Sempre di più sono gli sportivi che si cimentano con questa disciplina, diventata olimpica nel 2000, che mette insieme nuoto, ciclismo e corsa. Questo sport molto impegnativo, infatti, non solo porta grandi benefici dal punto di vista fisico, assicurando un allenamento organico di tutto il corpo, ma garantisce notevoli benefici dal punto di vista mentale, permettendo di fortificare il carattere e l’autostima.

Esistono diverse tipologie di gara di Triathlon, che si differenziano in base alle distanze da percorrere: si va dallo sprint, la più breve e la più praticata, fino al super lungo, il mitico Ironman, la più celebre e la più probante.

Per chi si avvicina a questo sport è importante capire quale sia il tipo di equipaggiamento necessario: di seguito ci soffermiamo sul tipo di divisa da triathlon da adottare nelle diverse tipologie di gara.

Il Body

Il capo di abbigliamento basilare per una gara di Triathlon è solitamente costituito da un tipo di Body, pensato in maniera specifica per questo sport, che è in grado di adattarsi bene alle tre fasi della gara. Questa tuta intera, solitamente in lycra, presenta infatti al suo interno un fondello, simile a quello dei pantaloncini per ciclismo ma di solito più contenuto, per essere meno ingombrante durante la fase di corsa, e più sottile, per potersi asciugare più velocemente dopo la fase di nuoto. Spesso chi preferisce un capo meno aderente opta per un completo spezzato formato da una canotta e da pantaloncini che presentano un fondello con caratteristiche simili a quelle sopra indicate. Una divisa formata da parti divise può essere più comoda per le gare a lunga distanza.

Il body deve presentare caratteristiche di particolare comfort e traspirabilità, perché deve restare a contatto con la pelle dell’atleta per tutta la durata della gara e deve adattarsi ai differenti gesti atletici richiesti durante le diverse fasi della competizione. Per questo è importante scegliere body che abbiano tagli ergonomici e tessuti evoluti.

Anche il disegno interno del fondello è molto importante per il comfort, l’assenza di cuciture a contatto con la pelle diminuisce gli attriti e previene le irritazioni

È importante informarsi sulle condizioni atmosferiche della gara. Per esempio in una giornata con temperature alte le proprietà di traspirabilità risultano particolarmente importanti.

Diversi parametri vanno poi considerati in base al tipo di gara che si andrà ad affrontare. Per quanto riguarda la vestibilità per gare più corte come sprint e olimpici sono più adatti body con un taglio più accollato e che fasciano maggiormente l’atleta. Mentre quelli meno aderenti, più scollati e senza maniche sono più adatti per la gare più lunghe come i medi e i lunghi.

Il regolamento FITRI

Per quanto riguarda le gare disputate in Italia il regolamento della FITRI, Federazione Italiana Triathlon, ci dà indicazioni precise sui modelli che devono essere utilizzati  per le gare che fanno parte del circuito.

La divisa infatti deve coprire entrambe le spalle dell’atleta e il torso. Deve essere sempre chiusa davanti e può essere aperta soltanto sul dorso, dalla vita in su. Se è comunque  possibile scegliere un tipo di divisa con apertura posteriore o anteriore, è quindi utile tenere presente che durante la gara una zip anteriore non potrà essere aperta nel caso si volesse trovare sollievo dal caldo.

Per le gare di Campionato Italiano e per i Circuiti Federali  è obbligatorio il body in un unico pezzo mentre per le gare su distanze superiori all’Olimpico è consentita anche la divisa di gara in più parti. Per tutte le altre gare è preferita la divisa di gara in un unico pezzo, ma, nel caso in cui si scelga la divisa spezzata, le due parti devono sovrapporsi senza scoprire alcuna parte del torso.

La muta e la divisa

La muta utilizzata nella frazione natatoria è anch’essa specifica per il triathlon e formata da  uno strato di neoprene solitamente non superiore ai 5 mm. Secondo il regolamento FITRI la muta rappresenta soltanto un equipaggiamento supplementare all’uniforme di gara dell’atleta e infatti può essere impiegata solo quando previsto.

L’uso della muta è obbligatorio quando la temperatura dell’acqua è al di sotto dei 15.9°C, mentre è proibito quando la temperatura supera i 20-24.6°C (a seconda del tipo di gara e delle distanze previste). È invece facoltativo quando la temperatura è compresa tra questi i due valori. Solitamente in questo caso tutti gli atleti utilizzano la muta, che per il suo materiale aiuta il galleggiamento.  

Nei casi in cui non si possa usare la muta la scelta del body diventa rilevante anche per la frazione del nuoto. infatti potrebbe essere preferibile un body che abbia migliori qualità di scivolamento e galleggiabilità. Anche su questo punto, tuttavia, bisogna fare attenzione al regolamento. La  divisa di gara, o il costume intero che può essere utilizzato sopra di essa, devono essere costituiti al 100% da materiali tessili come nylon o lycra e  non possano essere composti, neanche in parte, da elementi di materiale plastico. Non sono consentiti inserti in neoprene o poliuretano.

Allenamento:

Ovviamente, quando le si allena singolarmente, è possibile utilizzare l’abbigliamento tecnico specifico per ognuna delle tre diverse discipline del triathlon. È però utile avvalersi del body quando ci si allena sulle diverse frazioni in combinazione, sia per abituarsi al suo utilizzo, sia per velocizzare le transizioni esercitandosi con l’equipaggiamento di cui si disporrà in gara.